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La necropoli romana di Lovere

 Lovere


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Percorrendo le vie Martinoli e Gobetti che ora collegano l’Ospedale alla chiesa di Santa Maria in Valvendra, e che segnano il limite verso monte dell’antico abitato di Lovere, si costeggia l’area della necropoli romana.

L’area funeraria, una delle più importanti dell’Italia settentrionale, è il principale ritrovamento di epoca romana a Lovere, dove si dovette sviluppare un abitato in seguito alla conquista romana della Valcamonica nel 16 a.C. Se dell’abitato non sono stati rinvenuti resti significativi, grazie alla necropoli è possibile delineare lo sviluppo culturale e socio-economico della comunità che lì seppelliva i propri defunti.

Le vie Martinoli e Gobetti ricalcano un tratto dell’antico tracciato viario in uscita dal centro abitato verso la Valcamonica: le necropoli, infatti, si collocavano fuori dagli insediamenti.

Sono state finora portate alla luce almeno 215 sepolture, la maggior parte delle quali conservava il corredo, inteso come bagaglio personale per affrontare l’aldilà.

Il sepolcreto si caratterizza per l’ampio arco temporale di utilizzo, dal I agli inizi del V secolo d.C., e per la molteplicità di rari oggetti di prestigio in essa rinvenuti. Rivestono grande interesse i due corredi, unici per la loro preziosità, recuperati nel 1907 e ora esposti al Civico museo archeologico di Milano: il più noto è composto dal cosiddetto “tesoro di Scipio”, così chiamato per il nome presente sui manufatti preziosi e composto da argenterie, come la celebre “Coppa del Pescatore” lavorata a sbalzo e a bulino, e lussuosi manufatti in bronzo; l’altro è caratterizzato da monili in oro e pietre preziose.

Nella prima età imperiale a Lovere si praticava il rito incineratorio indiretto, consistente nella combustione della salma su una pira in un luogo separato da quello della sepoltura. Lo spazio cimiteriale era organizzato in recinti funerari in muratura, che delimitavano specifiche aree sepolcrali di pertinenza familiare o collegiale.

La persistenza nei corredi di I-inizi II secolo d.C. di oggetti tipici dei Camuni (come il bicchiere tipo Henkendellembecher di origine retica, caratterizzato da una depressione funzionale in corrispondenza dell’ansa) fa ipotizzare che gli antichi abitanti di Lovere appartenessero a tale popolo. In seguito alla conquista, la popolazione acquisì e rielaborò il pensiero e la cultura romana. Prove ne sono i manufatti tipici romani ritrovati: ceramiche fini da mensa e vasellame vitreo, monete e lucerne, ma anche oggetti d’ornamento o di abbigliamento personale, al passo con la nuova moda. Tra questi ultimi, accanto alle tipologie più diffuse, vi sono alcuni oggetti di particolare pregio come un pendaglio in oro a forma di crescente lunare e un ciondolo in vetro giallo decorato da uno scorpione, proveniente dall’area egiziana o siriaca.

A partire dalla metà/fine del III secolo d.C. la cremazione viene sostituita definitivamente dal rito inumatorio. I corredi di questo periodo sono composti, in media, da un numero inferiore di manufatti, per lo più vasellame in ceramica, e oggetti di ornamento. ‘Fossili guida’ dei corredi di IV e V secolo sono le ceramiche invetriate e le armille: di queste, a Lovere è documentata quasi esclusivamente la tipologia a “testa di serpe”, cosiddetta per la decorazione che caratterizza le parti terminali dei bracciali.

Dallo studio dei corredi e dalle analisi osteologiche si deduce che la maggior parte della popolazione appartenesse a un ceto medio dedito ad attività artigianali e agricole non eccessivamente pesanti. Ciò, unito alla disponibilità di cibo, permetteva di arrivare generalmente oltre i 40 anni di età, ad eccezione della mortalità che colpiva le fasce di 0-2 anni e 11-15 anni, in linea con le statistiche dell’epoca. I corredi di alcune sepolture attestano comunque la presenza di un ceto sociale alto, in grado di poter deporre nella propria sepoltura oggetti di valore e di prestigio, giunti attraverso traffici commerciali di ampio raggio.

 

Chiara Ficini


Per saperne di più:


Fortunati Zuccala M., Lovere e l’alto Sebino in età romana: spunti di riflessione per la lettura del territorio, in Koinà. Miscellanea di studi archeologici in onore di Pietro Orlandini, a cura di Castoldi M., Milano 1999, pp. 469-480.


Fortunati M., Archeologia del territorio in età romana, in Storia Economica e Sociale di Bergamo. I primi millenni dalla Preistoria al Medioevo a cura di Fortunati M. e Poggiani Keller R., vol. 2, Cenate Sotto (Bg) 2007, pp. 597-605.


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